Avere meno di diciotto anni, aver lasciato il proprio paese e trovarsi in Italia senza l’assistenza dei genitori o di un altro adulto legalmente responsabile. Questa è la condizione dei minori stranieri non accompagnati. Sono bambini e ragazzi arrivati in un paese per loro straniero, senza la cittadinanza italiana o di un altro Stato dell’Unione europea. È una definizione che individua una precisa necessità di protezione, ma che da sola racconta poco delle loro vite. Ciascuno porta con sé una storia, capacità già acquisite, desideri e legami che la distanza dal paese di origine e dagli affetti può rendere più complessi.
A Casa Galliari, la comunità di Zenith che li accoglie a Torino, il lavoro educativo comincia dalla conoscenza di queste storie. Significa affiancare i ragazzi mentre imparano a orientarsi in un paese nuovo e costruiscono la propria autonomia, cercando di comprendere anche ciò che continua a legarli a quello che hanno lasciato.
La famiglia può essere lontana migliaia di chilometri e occupare comunque una parte importante della giornata. Entra attraverso il telefono, nei messaggi, nelle conversazioni, nelle richieste. Per alcuni ragazzi accolti a Casa Galliari il contatto con casa è continuo. Porta affetto e vicinanza, ma può portare anche un’aspettativa precisa: che il figlio lontano cominci a lavorare, mandi denaro, aiuti chi è rimasto a casa.
Qui, intanto, gli viene chiesto di studiare. È una delle questioni su cui Elena, coordinatrice della comunità di Zenith per minori stranieri non accompagnati a Torino, si sofferma più a lungo. Da una parte una famiglia che aspetta un aiuto economico e un ragazzo che vuole cominciare a lavorare. Dall’altra un’accoglienza che gli chiede di imparare l’italiano, andare a scuola, prepararsi. Il lavoro educativo prende forma nello spazio tra queste attese. Italiano e scuola sono passaggi fondamentali, ma per un ragazzo che sente di dover contribuire al sostentamento dei suoi quel tempo può essere difficile da accettare. Può sembrargli di rimandare proprio ciò per cui è partito.
Il lavoro degli educatori comincia in mezzo a questa distanza: capirla, nominarla insieme al ragazzo, provare a farla parlare con chi sta dall’altra parte del telefono e mostrargli che cosa lega le ore passate oggi sui libri al lavoro che desidera domani. Conoscere la lingua significa anche poter leggere un contratto, capire una proposta, riconoscere una situazione nella quale si rischia di essere sfruttati. Ma questo legame va reso comprensibile a chi sente un’urgenza immediata. Una spiegazione, da sola, può non bastare.
È anche qui che si costruisce un progetto educativo, tentando di tenere insieme ciò che un ragazzo desidera, ciò che sente di dovere agli altri e gli strumenti di cui avrà bisogno per scegliere il proprio futuro.
La famiglia lontana, il futuro vicino
«Non accompagnati» descrive la condizione dei ragazzi che arrivano senza un adulto di riferimento. Elena osserva però che, nella vita quotidiana, molti di loro sono accompagnati da una presenza familiare costante, anche soltanto telefonica. Le situazioni sono diverse. Ci sono famiglie che hanno condiviso la partenza e altre con le quali i rapporti si sono incrinati. Alcuni ragazzi mantengono contatti stretti, mentre per altri trovare un interlocutore familiare è difficile o impossibile. Conoscere questi legami aiuta a comprendere anche quello che accade nella comunità: una scelta rifiutata, l’insistenza sul lavoro, la difficoltà a immaginare un percorso lungo.
Quando è possibile, l’Ufficio Minori e i mediatori aiutano a costruire un dialogo con le famiglie. Si spiega come funziona l’accoglienza, quale progetto si sta proponendo, perché la formazione richiede tempo. Il ragazzo ha la sua parte da dire e non è solo uno spettatore di questa conversazione. Può avere già lavorato nel paese d’origine, conoscere un mestiere, desiderare di impararne un altro. Può sentire che i diciotto anni sono vicini e che una formazione di diversi anni è troppo distante dalle sue necessità.
L’équipe si confronta con gli enti formativi cercando strade che partano da ciò che il ragazzo sa fare e dai tempi che ha. La scelta di un corso entra nella storia di una persona e se non ha un senso per chi lo frequenta, non regge.
Conoscersi in una casa che nessuno ha scelto
Prima di tutto questo, però, bisogna incontrarsi. L’arrivo a Casa Galliari viene preparato attraverso un incontro con l’Ufficio Minori, possibilmente alla presenza di un mediatore. Si presentano le persone che lavorano nella comunità, gli aspetti principali della convivenza e la referente educativa che seguirà il ragazzo. Già prima dell’ingresso c’è così un volto da riconoscere.
Poi vengono la camera, il letto, lo spazio per le proprie cose. I compagni di stanza. Il numero di telefono della comunità da chiamare se ci si perde a Torino o si ha bisogno di aiuto. E un po’ di tempo per capire dove si è arrivati. Elena insiste su un aspetto che dall’esterno può sfuggire: vivere in comunità è difficile. Significa condividere gli spazi con ragazzi che non si sono scelti, incontrare adulti sconosciuti e imparare a fidarsi di loro. Per qualcuno, le esperienze precedenti hanno reso la fiducia particolarmente complicata.
La conoscenza comincia anche facendo qualcosa insieme. Mentre si prepara una cena, si riordina una stanza o si tinteggia, può emergere un racconto, un interesse, una capacità. E intanto gli educatori hanno l’occasione di conoscere chi hanno davanti. Ci sono anche occasioni nelle quali parlare è troppo difficile. Elena ricorda un ragazzo con cui la relazione si è costruita attraverso molti piccoli avvicinamenti: sedersi accanto a lui, chiedergli se aveva voglia di raccontare qualcosa, accettare un rifiuto. Chiedere se poteva restare comunque. E restare, in silenzio.
In seguito, quello stesso ragazzo ha accettato un sostegno psicologico che inizialmente rifiutava. Ha chiesto a Elena di accompagnarlo al primo colloquio. Gli incontri successivi li ha richiesti lui. In questo caso, la possibilità di chiedere aiuto aveva trovato spazio dentro una relazione.
Ogni ragazzo, un percorso da costruire
Questa conoscenza confluisce nel Progetto Educativo Individualizzato, la traccia che accompagna ciascun ragazzo accolto a Casa Galliari. Si comincia osservando com’è la sua situazione, che cosa sa fare, con chi parla, dove inciampa. Poi la referente educativa e l’équipe costruiscono gli obiettivi insieme a lui.Il progetto entra nelle giornate. Può riguardare la scuola e la formazione, la capacità di organizzare un impegno, la cura di sé, la gestione del denaro, il modo di stare con gli altri. L’affiancamento si calibra sulla persona e sul punto in cui si trova.
Durante una spesa online per la casa, per esempio, si può imparare a fare i conti con un budget. Si scelgono i prodotti, si guarda il totale, ci si accorge che è troppo alto. A quel punto bisogna decidere a cosa rinunciare. Una responsabilità che il ragazzo incontra insieme a un operatore, prima di doverla affrontare da solo.
Anche prendersi cura della propria stanza ha un significato che va oltre il turno delle pulizie. Elena racconta che agli educatori sta a cuore far comprendere ai ragazzi che meritano uno spazio pulito e curato. Farlo insieme può aiutare a riconoscere quel valore e ad assumersene, progressivamente, la responsabilità.
Gli educatori condividono ciò che osservano per capire come proseguire e, quando una proposta si rivela poco adatta, la rivedono tenendo conto delle difficoltà, delle risorse e dei tempi del ragazzo. Per rendere più accessibile questo lavoro, l’équipe sta sperimentando una versione semplificata del progetto, con un linguaggio più chiaro e riferimenti visivi. Il ragazzo può leggere più facilmente gli obiettivi, discuterli, riconoscere ciò che ha raggiunto e ciò su cui vuole ancora lavorare.
Il pezzo di sguardo che manca
Durante una verifica, Elena e un ospite avevano valutato diversamente un obiettivo relativo al rispetto delle regole della comunità. Per lei era stato raggiunto soltanto in parte. Per lui, invece, il risultato c’era. Elena gli ha chiesto di spiegare perché. Il ragazzo ha confrontato il periodo trascorso a Casa Galliari con la propria vita precedente. Comportamenti che avevano segnato altre esperienze, lì non si erano ripetuti. Dal suo punto di vista, quindi, quel cambiamento aveva un peso che la valutazione dell’educatrice non riusciva a cogliere. Ascoltandolo, Elena ha rivisto il proprio giudizio. «Io avevo una porzione piccola di sguardo, lui mi ha aiutato ad avere il pezzo che mancava.»
Il lavoro guarda già alla vita successiva alla comunità, quando aumenteranno le responsabilità e le richieste di autonomia. Alcuni ragazzi, dopo essere usciti, tornano a trovare gli operatori. A volte portano un documento, una proposta di lavoro, qualcosa che hanno bisogno di capire meglio.
Hanno imparato che possono chiedere un chiarimento prima di accettare. E sanno a chi rivolgersi. Quando li incontriamo nel quartiere, di questi percorsi vediamo soltanto una parte. Restano fuori dal nostro sguardo una telefonata con la famiglia, gli obiettivi discussi con la referente educativa, una decisione ancora da prendere. Anche le ore dedicate allo studio, giorno dopo giorno, passano inosservate a chi incrocia questi ragazzi per strada, senza conoscere l’impegno che accompagna le loro giornate.

