Quando si parla di autonomia, è facile immaginare il momento in cui una persona va a vivere da sola. Molto più difficile è chiedersi che cosa succede prima. Come si arriva a quel momento? Da dove comincia davvero un percorso di vita autonoma?
Nel 2018 Zenith ha provato a rispondere a questa domanda con A casa di Pepe, un progetto nato grazie alla call for ideas Mettiamo su casa! e pensato per accompagnare persone con disabilità verso una progressiva autonomia abitativa e lavorativa, coinvolgendo fin dall’inizio anche le loro famiglie. L’idea nasceva da un dato semplice quanto significativo: in Italia la grande maggioranza delle persone con disabilità vive ancora nel proprio nucleo familiare e il tema dell’abitare emerge spesso soltanto quando non è più possibile rimandarlo.
La risposta di A casa di Pepe non è stata quella di costruire un corso sull’autonomia, ma un percorso fatto di esperienze. Ogni attività era pensata come un tassello di qualcosa di più grande. Imparare a preparare un pranzo, gestire la spesa, utilizzare gli elettrodomestici in sicurezza, amministrare il proprio denaro, orientarsi sul territorio, conoscere i servizi digitali: non erano competenze da acquisire una dopo l’altra, ma occasioni per prendere confidenza con la vita quotidiana e con le responsabilità che porta con sé.
Anche la casa e il lavoro facevano parte dello stesso disegno. Nel progetto si parla dell’inscindibilità delle dimensioni della casa e del lavoro, un’espressione che racconta bene l’idea da cui tutto prendeva forma. L’autonomia abitativa non può essere separata da quella economica e sociale, per questo ai laboratori si affiancava un percorso di orientamento e avviamento professionale realizzato insieme ad Abele Lavoro, con tirocini, borse lavoro e la possibilità di successivi inserimenti in azienda.
C’era poi un appartamento, in corso Francia, destinato proprio a trasformare quelle competenze in esperienza. Qui i partecipanti trascorrevano, a rotazione, weekend di autonomia accompagnati dagli educatori, sperimentando ciò che avevano imparato nei laboratori: organizzare una giornata, preparare i pasti, condividere gli spazi, affrontare gli imprevisti della convivenza. Per alcuni il percorso proseguiva con un’esperienza di autonomia abitativa della durata di tre mesi, vissuta in coppia e sostenuta dall’équipe educativa.
Rileggendo oggi le testimonianze raccolte durante il progetto, colpisce quanto tutto questo emerga con naturalezza. Alex raccontava di aver imparato a cucinare, fare la lavatrice, stendere i panni e rifarsi il letto. Luca parlava della soddisfazione di fare la spesa senza i genitori, ma anche dell’importanza di imparare a relazionarsi con gli altri. Daniel vedeva in quel percorso il primo passo verso il lavoro e una vita adulta costruita con maggiore autonomia. Letti uno accanto all’altro, questi racconti restituiscono l’immagine di un progetto che non insegnava semplicemente alcune abilità pratiche, ma aiutava le persone a immaginare il proprio futuro in modo diverso.
È forse questo l’aspetto che rende A casa di Pepe ancora attuale. L’autonomia non appare come un traguardo improvviso, ma come qualcosa che cresce dentro la quotidianità, attraverso esperienze concrete, relazioni, tentativi ed errori. Riguardare oggi questa storia significa ricordare che prepararsi a vivere da soli non comincia il giorno in cui si ricevono le chiavi di una casa. Comincia molto prima, quando qualcuno crea le condizioni perché una persona possa sperimentare, acquisire fiducia nelle proprie capacità e scoprire, un passo alla volta, che ciò che sembrava lontano può diventare possibile.

