Al Rifugio Jumarre, tra passeggiate, giochi e momenti di ascolto, un gruppo di persone che in parte non si conosceva ha condiviso un’esperienza fatta di scoperte, fiducia e nuove amicizie.

Venerdì mattina siamo partiti da Torino con il cielo velato. Al Rifugio Jumarre, ad Angrogna, ci aspettava la nebbia, insieme a una temperatura decisamente più bassa di quella lasciata in città. Eravamo in nove: Daniela, Saverio, Michelangelo, Evan, Armando, Giampiero, Danilo, Enrico e Federica. Per alcuni era la prima esperienza di viaggio con persone ancora poco conosciute.

Siamo arrivati al rifugio in tarda mattinata, proprio mentre una allegra scolaresca stava preparandosi per tornare in città. Dopo il pranzo abbiamo sistemato gli zaini nelle camere, semplici e accoglienti, e siamo usciti con Agua, la nostra guida, per esplorare i dintorni. Una pioggerellina leggera e la foschia accompagnavano il cammino, dando al paesaggio un’atmosfera raccolta e un po’ misteriosa.

La sera, dopo una cena abbondante, ci siamo ritrovati nella jurta, lo spazio del rifugio dedicato alle attività. Con Agua abbiamo fatto giochi pensati per conoscerci meglio: occasioni per stare insieme, mettersi alla prova e cominciare a prendere confidenza.

Affidarsi, osservare, creare insieme

Il giorno seguente siamo partiti a piedi verso i pascoli sopra il rifugio. Lungo il percorso, Agua ci ha proposto alcune attività a coppie, come camminare bendati lasciandosi guidare da un compagno, oppure osservare il paesaggio attraverso uno specchio che ne capovolgeva la visuale. Piccoli esercizi che invitavano a prestare attenzione al luogo e a chi ci camminava accanto, guidando i nostri passi incerti.

Arrivati ai pascoli, abbiamo visto da vicino le mucche e fatto una sosta al Rifugio Vaccera, appena riaperto dopo un lungo periodo di chiusura. Tornati al Jumarre, dopo pranzo, la musica ci ha accompagnati in un’attività di disegno collettivo. Su un grande foglio, ciascuno ha aggiunto colori e segni. Poi il disegno è passato di mano in mano, arricchendosi dei contributi di tutti.

Abbiamo anche realizzato ritratti a più mani, facendo circolare i fogli tra i partecipanti. In seguito, una breve passeggiata nei prati è diventata l’occasione per disegnare usando ciò che trovavamo intorno a noi: foglie strofinate sulla carta, terra e acqua mescolate per ottenere il fango. La consegna era raccontare, attraverso un’immagine, qualcosa che ci aveva colpito dell’esperienza al rifugio.

La giornata ha lasciato spazio anche alla meditazione. Dopo un primo momento guidato all’interno, siamo usciti e ognuno ha scelto un luogo tranquillo in cui fermarsi. Per qualche minuto abbiamo provato a mettere da parte i pensieri e a prestare attenzione alle sensazioni del momento.

Una storia sotto la luna

Dopo cena siamo usciti per una passeggiata al buio, senza torce né luci. A poca distanza dal rifugio ci siamo fermati ad ascoltare Agua, che ci ha raccontato la leggenda del gigante di Angrogna. Secondo la storia, il gigante, invidioso della felicità degli abitanti, sconvolse il paesaggio del villaggio e schiacciò con dei massi un bambino di nome Gian. Gli abitanti uscirono dalle loro case e trovarono colline e pietre trasformate. Da allora, accanto al rifugio, una roccia chiamata Roccia del Profeta veglia sul paese, pronta ad avvertire tutti se il gigante dovesse tornare.

La luna piena, velata da uno strato sottile di nuvole, illuminava appena il sentiero. Nel buio, la storia sembrava appartenere al paesaggio intorno a noi.

Domenica mattina il cielo era azzurro e il sole splendeva. Dopo colazione abbiamo preparato i bagagli e ci siamo goduti ancora un po’ il rifugio, seduti all’aperto sulle sdraio. Prima di partire, Saverio ha improvvisato una danza in cerchio: un modo allegro per salutarci e rimetterci in viaggio con un po’ di energia in più.

Quello che resta

Nei giorni trascorsi insieme abbiamo condiviso passeggiate, attività, pasti e spazi comuni, comprese le camerate con i letti a castello. Ci siamo adattati ai ritmi del rifugio e alla fatica dei cammini, trovando il nostro modo di partecipare e stare in gruppo.

Michelangelo ha raccontato che per lui era la prima volta in viaggio con persone che non conosceva, e che l’esperienza era stata bella. Altri hanno descritto quei tre giorni come un tempo in cui sentirsi in collegamento gli uni con gli altri. Dopo il ritorno, nella chat del gruppo sono arrivati fotografie, messaggi e idee per rivedersi. C’è chi ha detto che avrebbe voluto riprovare gli esercizi di meditazione nei parchi di Torino. Per qualcuno sono nate amicizie che desidera continuare.

Siamo tornati a casa con la soddisfazione di aver condiviso un’esperienza intensa e con il piacere di esserci incontrati. Ora, tra un messaggio e una fotografia, cominciamo a immaginare la prossima occasione per ritrovarci.

Grazie ad Agua per averci accompagnati con proposte coinvolgenti e mai banali, e a Paola per la calorosa accoglienza al Rifugio Jumarre.

 

[BoscoStella è un’attività realizzata da Zenith in coprogettazione con il Dipartimento di Salute Mentale dell’ASL Città di Torino]

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