Una lampada, un tavolo, le tende, un elettrodomestico. Quando si entra in una casa nuova, prima o poi bisogna scegliere. Sembrano decisioni piccole, quasi insignificanti, eppure raccontano qualcosa di importante: quello spazio sta cominciando ad appartenerci. Possiamo decidere come viverlo, prendercene cura, farlo assomigliare un po’ di più alla vita che vorremmo costruire.

Per una persona che arriva in Italia dopo un percorso migratorio, raggiungere questo punto può richiedere molto tempo. L’accoglienza offre una risposta fondamentale ai bisogni immediati, ma prima o poi arriva un passaggio più difficile: costruire una vita autonoma nel luogo in cui si è scelto, o si è riusciti, a fermarsi.

È dentro questo passaggio che, tra luglio 2021 e dicembre 2022, si è sviluppato Mettiamo su casa!, progetto rivolto a richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale.

La casa era il punto di partenza, ma trovarne una rappresentava già un ostacolo. A Torino, anche persone che disponevano di un reddito sufficiente incontravano difficoltà ad accedere al mercato privato degli affitti. Pesavano la mancanza delle garanzie richieste dai proprietari e, in alcuni casi, la diffidenza nei confronti di richiedenti asilo e titolari di protezione.

Mettere a disposizione un appartamento, però, non sarebbe bastato.

L’obiettivo del progetto era accompagnare le persone verso la possibilità di abitare l’alloggio autonomamente. Significava imparare a gestire un budget e le utenze, occuparsi della casa, scegliere e acquistare ciò che serviva, conoscere diritti e responsabilità legati a un contratto di affitto. Anche gli arredi venivano scelti insieme ai beneficiari, sulla base delle loro esigenze e dei loro gusti.

Per alcune persone era la prima occasione di entrare in un negozio e scegliere mobili nuovi per la propria casa. È un dettaglio piccolo soltanto in apparenza: l’autonomia passa anche dalla possibilità di scegliere.

Ma una casa non esiste da sola. Ha una porta accanto, un pianerottolo e dei vicini. Fa parte di un condominio, di una strada, di un quartiere.

Anche questo faceva parte del percorso. Gli educatori accompagnavano le persone nella conoscenza delle regole condominiali e delle responsabilità che comporta vivere in un appartamento autonomo. Allo stesso tempo, il progetto favoriva la partecipazione ad attività e occasioni di incontro sul territorio, creando opportunità per conoscere luoghi e persone e costruire nuove relazioni.

Abitare significava, quindi, imparare a essere parte del luogo in cui quella casa si trovava.

C’era poi un’altra condizione indispensabile, quella di poter sostenere economicamente quella nuova autonomia. Casa e lavoro, nel progetto, erano inevitabilmente legati. Quando la pandemia fece perdere l’occupazione ad alcuni partecipanti, una parte delle risorse venne destinata proprio a rafforzare i percorsi di inclusione lavorativa. Alla conclusione del progetto risultavano tre inserimenti lavorativi con contratto a tempo determinato e tre tirocini della durata di sei mesi.

Anche il progetto dovette adattarsi alle vite delle persone. La composizione inizialmente prevista dei gruppi casa venne modificata per tenere conto dei ricongiungimenti e delle relazioni familiari e affettive che nel frattempo si erano costruite o ricomposte. L’autonomia, insomma, non coincideva necessariamente con il vivere da soli: poteva significare anche poter scegliere con chi costruire la propria quotidianità.

Alla fine, 21 persone sono state coinvolte nei percorsi di autonomia abitativa, rispetto alle 15 inizialmente previste. Dietro quel numero ci sono percorsi differenti, fatti di case, lavoro, relazioni, difficoltà e scelte quotidiane.

Forse è proprio qui che Mettiamo su casa! continua a dirci qualcosa.

Parliamo spesso di integrazione come se fosse un traguardo preciso, un punto oltre il quale una persona possa finalmente considerarsi parte della società. Nella vita quotidiana, però, è qualcosa di molto più concreto. È avere le chiavi di casa e sapere come pagarne le spese. È lavorare. Conoscere le regole dello spazio che condividiamo con gli altri. Incontrare un vicino sulle scale. Frequentare il quartiere. Avere relazioni. Poter decidere come organizzare la propria vita.

Abitare una città significa anche questo: smettere progressivamente di essere qualcuno che quella città sta accogliendo e cominciare a essere una delle persone che la abitano e che, insieme agli altri, contribuiscono a renderla un luogo accogliente e bello da vivere.

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