Ludovica - utente del Centro per le Famiglie

Nell’immagine è raffigurata Ludovica con Martina e il papà, disegnati da Thomas, di 7 anni.

«Mi chiamo Ludovica, sono la mamma di Martina. Quando, per la prima volta, ho chiesto supporto agli operatori del Centro per le Famiglie, non avevo ben chiaro quale fosse il problema all’origine del difficile rapporto con mia figlia. Ogni frase, allora, poteva essere motivo di incomprensione e importanti litigi.»

Tra genitori e figli, non è sempre scontato capirsi e saper stare bene insieme. Quante parole nel quotidiano possono essere fraintese! Ed è difficile talvolta dire a voce alta frasi come “ti voglio bene” o “ho fiducia in te”.

I motivi che possono condurre a situazioni di distanza sono molteplici, e diverse le storie di ciascuna famiglia che cerca l’ascolto dei nostri operatori Zenith impegnati al “Centro per le Famiglie” del consorzio Cissa. Molti dei genitori che ascoltiamo, però, condividono con noi un’esperienza simile, quella della perdita di un “linguaggio comune” in famiglia e, di conseguenza, la crescente difficoltà nel capirsi o guardare lucidamente ai propri problemi.
Poi, sopraggiunge la difficoltà di chiedere aiuto e la paura di essere visti come “cattivi genitori”.

«Quello che ho trovato al Centro per le Famiglie è un ascolto diverso da ciò che avevo ricevuto altrove: per la prima volta, io e mio marito non ci siamo sentiti giudicati. Ci sono voluti 5 incontri per capire che la nostra difficoltà riguardava la comunicazione ed era il frutto delle nostre singole storie, che dovevamo rielaborare. Dagli operatori abbiamo ricevuto quello che non ci aspettavamo: nessuna facile ricetta, ma un cambio di prospettiva che ci ha fatto uscire dalla consueta routine, dandoci la possibilità di esprimere a voce alta i nostri sentimenti.»

Di che cosa hanno bisogno i genitori e i figli che attraversano momenti così difficili? Di sentirsi ascoltati e non giudicati, di trovare una chiave che possa aprire a nuove vie e possibilità di comunicazione, di non ricevere facili formule o consigli impersonali, ma reperire in sé stessi le risorse per cambiare prospettiva.

«Dopo 3 mesi, ho smesso di chiamare Martina “la mia bambina” e ho iniziato a chiamarla “la mia ragazza”: mi fa piacere raccontarlo, perché fa capire quanti passi abbiamo fatto verso la fiducia e la conoscenza reciproca.»

Scopri gli altri modi per sostenerci.

Con il tuo contributo ci aiuterai a prenderci cura di persone sofferenti di disagio psichico, disabili e anziani.

Inizia a digitare e premi Enter per effettuare una ricerca